Il caso Pandora: quando il valore diventa solo apparenza


Il caso Pandora: quando il valore diventa solo apparenza

Negli ultimi giorni una notizia ha fatto molto parlare nel mondo della gioielleria: Pandora ha annunciato che molti dei suoi prodotti non saranno più in argento massiccio, ma realizzati in una lega di metalli (brevettata, ma sconosciuta, un po’ come la ricetta della Coca‑Cola) e poi placcati in platino.

A prima vista sembra una scelta vincente: per i clienti ci sono vantaggi evidenti: il gioiello non aumenta di prezzo, non cambia esteticamente, anzi resta lucido più a lungo, non si ossida e richiede meno manutenzione.

Per l’azienda significa proteggersi dalle oscillazioni sempre più imprevedibili del prezzo dell’argento e persino risparmiare sui costi di produzione, perché il platino usato per le placcature, pur costando circa 30 volte più dell’argento, viene impiegato in quantità minime.

Tutti contenti, quindi?
Non saprei. Tu cosa ne pensi?

Per il momento non fermiamoci sul tema della produzione di massa di modelli tutti uguali. Guardiamo invece alla sostanza dell’oggetto: prima era in argento massiccio, quindi con un valore intrinseco. Oggi è composto da una lega sconosciuta, ricoperta da uno strato infinitesimale di platino.

Siamo passati da un metallo prezioso a qualcosa che lo è solo in superficie.

Il vero cambiamento non è solo tecnico ma culturale.

Siamo abituati a pensare che un gioiello sia di valore prima di tutto per ciò di cui è fatto: oro, argento, bronzo. Può graffiarsi, ossidarsi, cambiare nel tempo, ma la sua sostanza rimane la stessa e, con una semplice pulitura, può tornare a brillare.

Con i prodotti placcati accade qualcosa di diverso: il materiale prezioso diventa solo una sottilissima pellicola superficiale, che comunque non è eterna, e con il tempo e l’uso si deteriora.

Il valore non è più nella sostanza, ma nell’apparenza... finché dura.

Si paga la stessa cifra per un oggetto che esteticamente può sembrare perfino migliore di prima, ma che sappiamo valere meno. È un po’ come succede con alcuni prodotti alimentari del supermercato: per non aumentare il prezzo si riducono le quantità o si sostituiscono ingredienti con altri meno costosi e di minor qualità.

Nel caso dei gioielli, parole come “platino” o “argento” continuano a evocare valore, anche quando si riferiscono solo a uno strato sottilissimo.

Questa nuova realtà ci invita a riflettere su ciò che per noi conta davvero: possedere un oggetto che ci dà un senso di appartenenza a una comunità di consumatori, ma povero nella sostanza, oppure scegliere qualcosa legato alla nostra storia, che invecchia con noi, accettando anche di pagare un po’ di più per l’aumento del costo dei materiali.

Non esiste una risposta giusta per tutti.

C’è chi preferisce un oggetto di marca, di moda ed economicamente accessibile, e c'è chi sceglie di acquistare dall'artigiana della "porta accanto", che progetta, pezzi originali, magari meno appariscenti, ma più significativi e spesso anche più costosi.

Sono due modi diversi di intendere il valore delle cose, non solo dei gioielli.

Fast o slow.

È una scelta non più soltanto estetica, ma culturale, che riguarda molti ambiti della nostra vita. Non è solo una questione industriale o economica, ma anche etica e sociale.

E così, partendo da semplici oggetti ornamentali, sono finita a parlare di qualcosa che riguarda tutti noi: il valore che diamo alle cose e il mondo che vogliamo contribuire a costruire.

Forse è un’esagerazione, lo so a volte sono troppo “seriosa”.
Ma nel dubbio, io scelgo sempre ciò che mi sembra più giusto, non solo per me.

Aspetto seduta comodamente in poltrona i tuoi commenti.

Un abbraccio

Barbara