A 54 anni pensavo di aver finalmente trovato il mio nome, la mia etichetta.
Non un nome qualsiasi, ma quello giusto, quello in cui mi riconosco e di cui sono orgogliosa. Un nome costruito piano, tra corsi, studio, investimenti, prove riuscite e fallimenti. Un nome che mi sono guadagnata, scegliendo, non senza fatica, di rimettermi in gioco e cercare la mia strada nel mondo del lavoro.
Io ho voluto con tutto il cuore diventare: artigiana.
Poi esce una legge (n. 34, Legge annuale sulle piccole e medie imprese) e quel nome, improvvisamente, non lo posso più usare, pena una sanzione che parte da 25.000 euro.
O meglio: non lo posso più usare *ufficialmente*, a meno di iscrivermi ad un albo, rientrare in criteri precisi, avere un certo inquadramento fiscale.
E io, quei criteri, non li soddisfo, e anche volendo, non potrei soddisfarli, perché vorrebbe dire spendere in tasse molto più di quello che guadagno, e il gioco così non vale la candela.
Non perché non sappia fare.
Non perché non ci abbia creduto abbastanza.
Ma perché questa non è la mia attività principale.
E allora succede una cosa decisamente spiacevole: devo cambiare il modo di presentarmi. Cambiare un linguaggio che finalmente sentivo mio.
Una parola, solo una parola, che traccia un confine, almeno secondo i legislatori, tra chi produce qualità e chi si spaccia per tale. Ma sarà poi così davvero?
Eppure “artigiana”, per me, non è mai stata solo un’etichetta, è stato un percorso iniziato in pieno Covid, quando ho deciso, con un bel po’ di coraggio, di iscrivermi a un corso di oreficeria. Poi ne sono arrivati altri. Ho investito tempo, energie, e anche molti soldi per imparare una tecnica… e poi allestire il laboratorio.
Il banchetto da orafo me lo sono regalata per i miei 50 anni. E via via tutti gli attrezzi, i macchinari, gli strumenti. Sempre in evoluzione.
Quante ore passate in taverna a provare e disfare, a esultare e a imprecare.
E allora mi viene da chiedere: davvero basta non essere iscritti ad un albo per non essere più artigiana “davvero”?
È solo una questione di definizione?
Razionalmente lo so: le regole esistono e vanno rispettate e io sono la prima a pensarlo, ma questo non toglie la sensazione di essere, in qualche modo, messa alla porta.
Io non svolgo questa attività come lavoro principale. Lo sai, il mio tempo è diviso anche con il volontariato in ospedale, ma questo non cancella il percorso, l’impegno quotidiano e soprattutto non cancella la qualità dei gioielli che creo, da sola, con il mio ingegno e le mie mani.
La qualità e l’originalità non me le toglie nessuno. Neanche una legge.
E quindi oggi mi ritrovo qui, con una domanda semplice ma per niente banale:
come mi definisco, adesso?
Creatrice? Autrice? Appassionata? Artigiana “non ufficiale”?
Oppure non serve davvero un nome così preciso?
Quello che faccio resta esattamente lo stesso, anche se cambia la parola con cui lo racconto. Forse il valore non sta tutto dentro una definizione.
Per qualcuno sì, ed è per questo che fa così male lasciarla andare.
Adesso chiudo questa riflessione pur non avendo ancora una risposta.
Ma una cosa la so: continuerò a fare quello che ho fatto finora.
A imparare, a sperimentare, a creare.
Secondo te, come si chiama tutto questo?
Aspetto seduta comodamente in poltrona i tuoi commenti.
Un abbraccio
Barbara
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